Giuliano Scabia: un lungo viaggio partito dal Barbarigo

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Giuliano Scabia: un lungo viaggio partito dal Barbarigo2019-12-24T13:44:17+01:00

Giuliano Scabia con il cavallo Belengheli durante una delle sue attraversate dell’Appenino. Foto: Maurizio Conca

Scrittore, poeta, drammaturgo e narratore: Giuliano Scabia, classe 1935, è oggi uno degli autori padovani più conosciuti e influenti, e a 84 anni continua a percorrere l’Italia con i suoi spettacoli. Laureato in filosofia a Padova e successivamente docente di drammaturgia al DAMS di Bologna dal 1972 al 2005, è stato uno dei componenti del Gruppo 63 assieme a personaggi come Alberto Arbasino, Achille Bonito Oliva, Oreste Del Buono, Umberto Eco, Angelo Guglielmi, Giorgio Manganelli, Edoardo Sanguineti, Sebastiano Vassalli… Per una parte importante del grande pubblico però il suo nome resta legato soprattutto a Nane Oca, personaggio protagonista di un racconto a metà tra fiaba, saga e romanzo cavalleresco e su cui proprio quest’anno – a 10 anni dal precedente – è uscito l’ultimo volume della quadrilogia che lo vede protagonista (Il lato oscuro di Nane Oca, Einaudi 2019).

Maestro, com’è il suo ricordo del Barbarigo?

“Bellissimo! L’abbiamo frequentato sia io che mio fratello Giovanni: io facevo il liceo classico, lui ragioneria. Ricordo ancora i professori, in particolare uno che ci ha fatto amare la poesia: don Giuseppe Danese, allievo di Manara Valgimigli e di Concetto Marchesi, che aveva fatto una bellissima antologia – Fiore era il titolo – che conservo ancora, con una scelta di poesie straordinaria. Molto importante è stato Beghin, che ci ha messo il gusto di leggere Ariosto, Rilke, Rimbaud e poi anche i contemporanei come Montale. Erano comunque docenti umani, ma anche severi: Beghin era meticolosissimo, per non sbagliare una parola leggeva degli appunti, dando lezioni di una precisione estrema. Un altro docente molto attento era Ezio Riondato, che ci dava del lei e che poi ritrovai all’università come professore di filosofia morale: alla fine mi laureai proprio con lui”.

I suoi compagni?

“Avevo una classe bellissima: ragazzi bravi, belli, da Padova ma anche dall’altopiano, con gli interni che allora dormivano nel convitto. Eravamo molto seguiti, con il doposcuola gestito dai prefetti c’era praticamente il tempo pieno. L’atmosfera era bella, con grande spazio allo studio ma anche al gioco; dove oggi c’è il parcheggio una volta c’era il campo di calcio: stavamo lì anche il pomeriggio e la sera. Persino d’estate, quando la scuola era chiusa, venivamo dalla nostra parrocchia di San Giuseppe a giocare. Un grande amico Giulio De Renoche, che poi divenne medico e con il quale siamo tuttora amici fraterni. Io ero di sinistra e lui monarchico, apparteneva alla destra moderata. Ogni tanto andava a trovare il re a Cascais, poi mi raccontava”.

Come arrivò al Barbarigo?

“Eravamo poverissimi: mio padre era morto in tempo di guerra, quando avevo otto anni. Mia madre ci aveva iscritti al Camerini Rossi, avviamento professionale; poi, siccome a scuola ero abbastanza bravo, i professori le chiesero perché non ci mandavano al Barbarigo. Credo abbiano anche messo insieme una piccola borsa di studio, mia madre non avrebbe mai avuto soldi per la retta. Il rettore era il grande Zannoni: molto paterno, ci ascoltava. Un buon uomo”.

Foto: Maurizio Conca

Come ha influito e come influisce il Barbarigo sul suo percorso successivo?

“Erano gli anni dell’adolescenza: gli amori, le grandi amicizie… durante gli anni del liceo facemmo anche una rivista, Testimonianze, e in redazione c’erano anche tanti del Tito Livio: ricordo Toni Negri, Paolo Ceccarelli, Gianfranco Poggi, Antonia Arslan. Ci riunivamo di volta in volta nelle case dei redattori, e io ero il più giovane. C’era anche un’altra rivista, La pesa, che però era più goliardica; la nostra voleva essere molto politica, cercavamo l’impegno sociale e facevamo anche inchieste: ne ricordo una sui giovani contadini che lasciavano le campagne per emigrare. In quegli anni conobbi anche il mio amico Alberto Schön, che in seguito diventò psichiatra e psicanalista: si accorse che scrivevo in maniera diversa e fu uno dei primi a incoraggiarmi, in prima o seconda liceo. Già allora Alberto era una sorta di coscienza per tutti: con lui era bello approfondire gli argomenti, aveva già una sapienza che poi ha mantenuto tutta la vita”.

In seguito lasciò Padova.

“Una volta laureato mi sposai subito e andai ad abitare Venezia. Lì ho avuto incontri meravigliosi: Nono, Vedova, tutta la nuova musica. Ho mantenuto legami forti con Padova ma in quel momento l’ambiente lagunare era fantastico: Venezia era una città letteralmente furente nella sua creatività. Poi da Venezia andai a Milano: dovevo misurarmi con la metropoli e con la grande scena culturale e teatrale, allora rappresentata dal Piccolo Teatro, con cui in seguito ebbi effettivamente modo di collaborare. Volevo capire cos’ero capace di fare: fu un periodo di prove e di tanti errori”.

Ma anche di tanto entusiasmo.

“Avevamo grandi orizzonti davanti… e la politica era ancora una cosa bellissima! Che spesso attirava le menti migliori… anche se a volte con esiti funesti. Furono in molti infatti a finire nella lotta armata”.

Lei invece ha sempre rifiutato la violenza.

“Mi sembrava minoritaria, destinata al fallimento e soprattutto immorale. Gambizzare il professor Oddone Longo, che era già paralitico… semplicemente folle! Nel 1974, mentre nelle città si sparava, decisi di portare i miei studenti sull’Appennino emiliano, in un ‘viaggio teatrale’ in cui mettevamo in scena il Gorilla Quadrumano, che parlava d’amore. Ho parlato spesso con chi ha seguito questi estremismi, ma non eravamo mai d’accordo. Anche se bisogna ricordare la violenza veniva dalle due parti: dalla parte nera e dei servizi si mettevano le bombe. C’era questa spirale d’odio che sembrava infinita, e che speriamo non torni”.

Foto: Maurizio Conca

Come nasce Nane Oca?

“Intanto è un modo di dire veneto: non fare il nane, lo stupido. È una storia che avevo dentro fin dall’università, e ancora prima nel mio inconscio. In fondo per capire Manzoni bisogna andare a Lecco, nella casa di suo padre, così come per conoscere Joyce si deve andare a Dublino; anche certe cose di Pinocchio le capisce bene solo un toscano, o in alternativa bisogna visitare almeno una volta Collodi o Pescia. Il luogo di origine è fondamentale per la vita e per l’opera di ognuno, anche se poi bisogna cercare di farlo diventare universale, emblematico. Per me il luogo dell’anima è in via Marsilio da Padova, dove c’è l’abbaino di Rosalinda, di cui parlo in Nane Oca. Ovvero l’abbaino è inventano ma la terrazza c’è, ed è il luogo dove sono nato. Così come nel mondo di Nane è importante anche il letamaio dei Gu: un nome che mi piaceva, un monosillabo accentato, forte come un taglio. E il letamaio in fondo è un taglio nella terra, che mette in comunicazione con l’Ade”.

Come mai dopo 10 anni è tornato al personaggio di Nane Oca? E con un argomento come il male del mondo, da far tremare i polsi…

“L’idea mi è stata suggerita dal fotografo Maurizio Conca mentre camminavamo lungo il Brenta. Nane Oca è il figlio di una fata, non ha peccato originale, quindi all’inizio mi sembrava che non potesse avere un lato oscuro. Poi però ho iniziato a lavorarci su, e così è nata prima la struttura, poi l’inizio. Sì, ho voluto affrontare il problema fondamentale: come trattiamo la nostra anima e la Terra, che è la nostra casa come dice Greta. E poi la ricerca della possibilità di riscattarsi, di risorgere continuamente verso la luce. Del resto anche nei libri precedenti i personaggi cercano l’immortalità, e forse se la danno pure. In fondo dialogano con la speranza”.

Un messaggio che vuole mandare alla comunità del Barbarigo?

“Dico di aver fede nella vita perché è talmente bella… non è importante cosa si fa: qualunque cosa scegliate cercate solo di fiorire, esattamente come fanno i fiori. In fondo è anche il messaggio del mio ultimo lavoro al Teatro Olimpico di Vicenza”.

In verità oggi il futuro non sembra ispirare eccessiva fiducia…

“La vita è bella anche nei casi più duri. Mio padre mi è sempre mancato molto. Il futuro non era roseo nemmeno nel 1914 e nel 1940, forse non lo è mai stato. Certo prima c’era più speranza, in qualcosa che poi però di rivelato utopico. Anche oggi però possiamo recuperare la speranza: se guardiamo ad esempio alla scienza e alla medicina, dove si fanno cose incredibili. C’è qualcosa di avventuroso e di pericoloso nell’epoca in cui viviamo, anche perché è in gioco l’ambiente e la nostra stessa sopravvivenza”.

Tratto dal bimestrale “Il Barbarigo”, n. 45, dicembre 2019

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