In Africa per curare

Alberto Tredese, diplomato al Liceo Scientifico Barbarigo nel 2009, non è certo tipo da annoiarsi: oltre allo studio infatti da tempo coltiva anche l'amore per la musica (è un valente flautista) e per lo sport (pallanuoto), senza dimenticare l'impegno con l'ACR. E dopo la laurea in medicina, presa a luglio, il regalo che ha scelto di farsi è un mese di lavoro volontario in Tanzania. E proprio dall'Africa gli abbiamo chiesto di raccontare la sua esperienza.

Ho iniziato a pensare ad un viaggio in Africa per il post-laurea a febbraio, quando gli esami residui stavano diminuendo e si rendeva più verosimile la laurea a luglio. Quindi ho trovato per caso (o mi ha trovato lei?!) un'associazione americana che organizza viaggi umanitari in tutto il mondo: mi sono interessato ad un luogo in cui si parlasse inglese e vi fosse un programma medico, ed ecco la Tanzania.

Sono arrivato domenica scorsa, e dopo un paio di giorni di "acclimatamento" ho iniziato a prestare servizio presso il Saint Elizabeth Hospital di Arusha: seguo l'anestesista nel turno giornaliero nel corso degli interventi in sala operatoria, che sono principalmente tagli cesarei e problematiche ginecologiche. Il tasso di natalità infatti è altissimo, e per quello che ho osservato ogni donna dà alla luce almeno 4-5 bimbi.

L’ospedale è stato fondato dalle suore cattoliche di Arusha nel 1975: nato con la funzione di farmacia, è stato poi ingrandito e adattato alle esigenze sanitarie di una popolazione in netto aumento. Al suo interno predominano i reparti di ostetricia e pediatria, ma vi sono anche una sorta di "medicina generale" e un settore dedicato alla gestione dei malati di HIV. Pur essendo una delle principali strutture sanitarie in Arusha, l'ospedale manca di personale, materiale sanitario, farmaci e attrezzature. In sala operatoria (che è l'ambiente che più spesso frequento), le garze vengono tagliate a mano da rotoli di cotone, poi sterilizzate con calore umido; i lenzuoli sono pochi, tanto che dopo l'intervento i chirurghi passano il loro camice (sporco) al paziente per poterlo far accomodare a letto; i farmaci sono pochissimi, in particolare gli antibiotici e gli antidolorifici. Il personale svolge turni davvero lunghi e intensi, e la paga per i medici di medio-alto livello si aggira attorno ai cinque euro al giorno. Nonostante queste difficoltà, comunque, tutto il personale è molto appassionato nel proprio lavoro, e ciascuno sente la responsabilità di un compito fondamentale verso la propria comunità.

Da questi giorni in ospedale porto nel cuore sicuramente il sorriso di medici e infermieri, che portano il buonumore ai pazienti come migliore farmaco da offrire, e l'espressione amorevole delle madri che guardano per la prima volta il loro bimbo appena nato. Grazie ai fondi raccolti alla mia laurea da amici e parenti farò una donazione all'ospedale: sto verificando con il direttore le maggiori necessità (ad esempio: non esiste un defibrillatore!), e poi procederò con la donazione.

Questo Paese comunque è fantastico, le persone molto amichevoli salutano sempre e ti guardano con curiosità, i bimbi sono adorabili e non appena ci vedono ci corrono incontro e ci fanno mille feste. Passano le giornate a scuola (i più fortunati) e a giocare per le strade, quando basta una palla fatta di borse di plastica raggomitolate o una bottiglia vuota per passare un pomeriggio a giocare. Vivono in condizioni disagiate, ma sono educatissimi e premurosi verso i familiari e i fratellini piccoli, venendo educati sin da neonati al rispetto e alla cura dei più piccoli. Il loro gioco preferito è farsi sollevare dagli uomini "bianchi" (gli nzungu, in lingua locale), e questo li diverte moltissimo!

Alberto consegna all'ospedale St Elizabeth il frutto della prima tranche di donazioni raccolte: antibiotici, test per la sifilide, glucometri, pulsiossimetri, un aspiratore per la sala operatoria, fluidi da infusione (soluzione fisiologica, ringer lattato, destrosio...), contenitori per campioni biologici, reagenti per il laboratorio, antidolorifici e test per le urine. "Vi posso assicurare che di tutto questo vi era una necessitá incredibile, e oggi siamo stati in tanti a tirare un bel sospiro di sollievo - scrive Alberto -. Acquistando in loco, inoltre, abbiamo supportato assieme l'economia di queste comunitá".

 


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